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By Claudio Manella

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Ormai una premessa sicura e salda, e dunque anche, per certi versi, consumata e attraversata dall’urgenza di nuovi percorsi. Al linguaggio husserliano della fenomenologia (al linguaggio dell’esperienza, della coscienza, del vissuto) inizia ad affiancarsi, in un contrappunto sempre più serrato, il lessico del primo Heidegger (il lessico che ha le sue parole chiave nell’essere-nel-mondo, nell’essere-per-la-morte, nell’angoscia, e che si riferisce al capolavoro del 1927, Essere e tempo). Uno slittamento immediatamente successivo dà ormai voce al secondo Heidegger, la cui meditazione sul linguaggio e sulla parola poetica di Hölderlin, ad esempio, rivive nelle pagine che Borgna dedica alla schizofrenia almeno a partire dai primi anni settanta.

La mossa heideggeriana sta tutta nel dramma che, in quel quadro fenomenologico, e nel segno di un debito sostanziale verso la premessa husserliana, Essere e tempo introduce e fa rivivere nella questione fenomenologica dell’esperienza. L’ambito husserliano delle “operazioni del soggetto” diventa la scena drammatica del suo essere-nel-mondo, del suo inquieto progettare, del suo subire la prova decisiva dell’angoscia e del nulla, del suo costituirsi come essere-per-la-morte. Solo entro la dimensione del progetto si dà mondo, ma solo entro la dimensione dell’essere-per-la-morte si dà progetto.

La dimensione della parola che parla del tempo e dello spazio, naturalmente, del mondo e del nostro essere-nel-mondo o del nostro aver perduto il mondo. Ed è anche, e forse ancor più, la dimensione della parola che parla di sé, della parola che sosta entro il proprio orizzonte, la parola che si dischiude come il luogo privilegiato di costituzione del senso, come l’evento decisivo di un colloquio che si apre alle cose del mondo, che le nomina e le staglia nella compagine dell’esperienza, e che si apre alla risposta che l’altro esige con il suo appello: con il suo nominare e stagliare, nel mondo e tra le cose, anche il nostro essere nel mondo e il nostro corrispondere a quello che è dunque un appello più antico di ogni nostro gesto, una parola più antica di ogni nostra parola.

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